Si chiama Tesfaldet Sisay, trent’anni ancora da compiere, ma per gli abitanti della Marina, il quartiere di Cagliari dove ha scelto di vivere, lui è Natalino.
“Troppo difficile – spiega – il mio nome per voi. Sono nato la notte tra il 24 e il 25 dicembre e allora tutti qui mi chiamano Natalino”. Viene dall’Eritrea ed è arrivato in città nel 2008 insieme ad altri 210 rifugiati che erano stati ospitati al Cipe di Elmas. Oggi a Cagliari di loro ne sono rimasti solo tre. Chi ha potuto ha raggiunto un parente nel nord Italia e i più fortunati sono invece in nord America, la meta sognata da chi lascia l’Africa in cerca di miglior sorte.
Anche Natalino ha lasciato la sua casa ad Asmara – “bellissima città costruita da voi italiani”, tiene a precisare – sperando di arrivare in Canada o negli Usa. Si è ritrovato dopo una viaggio da Odissea, durato più di un anno, in un appartamento di via Sant’Eulalia, alla Marina appunto.
Ad Asmara ha studiato e si è laureato in ingegneria elettronica, ma subito dopo la laurea è stato arruolato nell’esercito per combattere l’eterna guerra di confine con i vicini Etiopi. Nel 2007, stanco di vivere sotto la dittatura Eritrea e con la prospettiva di dover rimanere nell’esercito ancora diversi anni, ha disertato ed è scappato, prima in Etiopia poi in Sudan. Da qui è passato in Egitto e poi in Libia per raggiungere il Mediterraneo e imbarcarsi verso l’Europa.
“Il viaggio nel deserto libico lo ricordo ancora come un incubo”, racconta con gli occhi che diventano improvvisamente lucidi . “Eravamo in trenta su un pick-up, con mezzo litro di acqua al giorno a persona e qualche biscotto come unico pasto. Ho visto morire alcuni miei compagni. Ma il ricordo più brutto è stato incrociare 200 Somali bloccati nel deserto con il loro mezzo in panne e aver dovuto proseguire dritti senza poterci fermare, abbandonandoli al loro destino”.
Dalla Libia è salpato su un gommone insieme ad altre 83 persone, di cui sei bambini piccoli. I migranti Pensavano di restare in mare solo due giorni, ma il viaggio è stato più lungo e hanno presto finito viveri e carburante. Soccorsi dalla Guardia costiera sono arrivati prima a Lampedusa poi in Sicilia e da lì, insieme ad altri rifugiati, sono stati trasferiti a Cagliari, nel Centro di permanenza e espulsione di Elmas.
Come rifugiati politici sarebbe spettato loro un permesso fino a cinque anni, ma anche per questo diritto Natalino ha dovuto combattere, arrivando ad organizzare uno sciopero della fame. Lo status gli è stato infine riconosciuto ed è potuto uscire dal Cipe, ma l'inizio della sua nuova vita non è stato subito semplice .
“C’è troppa diffidenza per strada riguardo gli stranieri, una vera e propria paura. Se mi avvicino per chiedere un’informazione la gente cerca di evitarmi, teme che chieda loro dei soldi. È anche colpa nostra, ma non mi spiego tutta questa distanza. Forse viviamo un momento difficile tutti quanti”.
Un episodio è ben fisso nella mente di Natalino. “Mi ricordo quando sul bus una ragazzina di 17 anni è venuta verso di me e mi ha sputato in faccia. ‘Perché mi stai guardando?’, mi ha urlato”. È ancora scosso il ragazzo mentre racconta l’episodio. “Mi sono pulito il viso e ho pensato: se solo sapesse chi sono. Sono rimasto di sasso e non sono riuscito a dire nulla, avrei avuto voglia di piangere, ma mi sono fatto forza e non ho ceduto”. Non c’è un vero e proprio razzismo a Cagliari, secondo Natalino, “forse qualcuno che viene in città dai paesi è più diffidente, ma razzismo no. Anche se il vero aiuto l’ho ricevuto più da chi si occupa di immigrazione per lavoro che dai comuni cittadini.”
Don Marco Lai, Direttore Caritas diocesana
Natalino oggi lavora per la Caritas diocesana, conosce sei lingue, dall’arabo all’aramaico, fa da intermediario e da interprete per i progetti del direttore Don Marco Lai. Ha uno stipendio che gli permette di pagare l’affitto e le bollette ed è fidanzato con una ragazza sarda. “Ma questo non mi basta – dice – sopravvivo, ma non vivo. Mi piacerebbe prendere una vacanza e per ora non posso permettermelo”. Anche Natalino, come tanti migranti, vede Cagliari come una tappa intermedia del suo ancora lungo viaggio e la sua destinazione finale, la sua meta ultima restano gli Stati Uniti d'America.