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In 25 anni sono sparite dune di sabbia, sono stati compromessi boschi costieri e macchia mediterranea e il litorale del Belpaese è stato in gran parte mangiato da villaggi turistici, residence, centri commerciali, porti, autostrade, dighe e barriere che hanno alterato il profilo di tutte le regioni che si affacciano sul mare. Una visione d'insieme, con fotografie dall'alto prima e dopo l'edificazione, è raccolta nell'ultimo dossier del Wwf "Cemento coast-to coast: 25 anni di natura cancellata dalle più pregiate coste italiane". Da Nord a Sud, dei circa 8.000 chilometri quasi il 10% è alterato dalla presenza di infrastrutture pesanti: le coste più 'ferite' – afferma il rapporto – sono quelle di Sicilia, Sardegna e soprattutto quelle sull'Adriatico, il litorale "più urbanizzato dell'intero bacino Mediterraneo" che rappresenta il 17% di quello nazionale ma dove meno del 30% dell'area che affaccia sul mare è libero da costruzioni. Secondo il Dossier dal nord al sud nessuna regione costiera è esclusa, ma le ferite peggiori riguardano Sardegna e Sicilia, con 95 e 91 casi rispettivamente di nuove aree costiere invaso da cemento. Nell’Isola, denuncia il Wwf, “dopo un Piano Paesaggistico che prometteva di correre ai ripari da una cementificazione sempre più massiccia delle coste, nel 2009 il Consiglio regionale sardo, annullando i vincoli, ha dato la possibilità di nuove edificazioni all’interno della fascia di 300 metri dal mare, ampliamenti di alberghi, residence e strutture turistiche (sino al 25% delle volumetrie esistenti). Si è quindi avvallato”, attacca, “un modello di sviluppo che ha privilegiato le presenze turistiche e non la salvaguardia del patrimonio territoriale”. L’indagine ha messo in evidenza che sono stati effettuati notevoli interventi edilizi all’interno di almeno 15 Siti di Importanza Comunitaria e molti altri a ridosso di altri Sic o aree protette. Il ‘caso studio’ quello di Cardedu, con due villaggi turistici e un’urbanizzazione a schiera “costruiti in barba al vincolo paesaggistico”. |







