eco-carburante-a-portovesme-ecologisti-and-ldquo-posti-di-lavoro-ok-ma-rischi-per-l-and-rsquo-agricoltura-and-quot

A Portovesme, contiguo allo stabilimento Alcoa, il Gruppo Mossi-Ghisolfi (fatturato dichiarato 3 miliardi di dollari, 2.300 dipendenti, seconda azienda chimica in Italia, pioniere del bio-etanolo) intende produrre un eco-carburante di seconda generazione, grazie a un brevetto innovativo: si tratta di un carburante per autoveicoli derivato dalla cellulosa estratta dalle canne (Arundo donax).
Una iniziativa che potrebbe portare occupazione ma sulla quale Gli ecologisti del Gruppo di intervento giuridico hanno espresso perplessità e preoccupazione per l'ambiente.
"La promessa è allettante, a prima vista 100-150 posti di lavoro, altrettanti nell'indotto in agricoltura, per un investimento di 220-250 mln di euro. 600-800 posti di lavoro in fase di costruzione. Sarebbe un colpo di fortuna – hanno spiegato gli ambientalisti – in una delle zone socialmente più disgraziate d'Italia: 5.500 lavoratori in cassa integrazione o mobilità su 125 mila abitanti, disoccupazione giovanile superiore al 60%. Altri due impianti simili sarebbero realizzati in Sicilia, a Gela. Ognuno dei tre impianti progettati produrrà 80 mila tonnellate di bioetanolo all'anno (e tratterà 400 mila tonnellate di biomassa secca). La produzione totale di 240 mila tonnellate sarà pari a circa un terzo della domanda italiana di biocarburante al 2020. L'obiettivo, quindi, è contribuire al raggiungimento del 10% di carburanti verdi rispetto al totale fissato dall'Ue per il 2020. 720 mln di euro l'investimento totale, in buona parte fondi pubblici. Per l'impianto di Portovesme il 55% dei fondi sarà assicurato da prestiti pubblici a tasso agevolato, da rimborsarsi in otto anni, mentre il 45% da investitori privati (in particolare Texas Pacific Group). Il progetto, rientrante nel Piano Sulcis, pare in dirittura d'arrivo. Tutto rose e fiori, quindi? Nemmeno per sogno".
"Seppur ridotto rispetto a quelli di prima generazione – hanno precisato gli ecologisti – non sarebbe trascurabile l'impatto sui cambiamenti climatici degli eco-carburanti di seconda generazione. Sembra, infatti, che per produrre il quantitativo di canne necessario per il funzionamento dell'impianto di Portovesme sarebbero necessari 5.000 ettari di coltivazione, cioè l'intero comparto irriguo del Sulcis, attualmente incentrato nella zona di Tratalias-Giba. Sembra poi che il fabbisogno idrico annuo sia pari a 5mila metri cubi per ettaro, cioè 25 mln di metri cubi di acqua all'anno. Una follìa, la fine di qualsiasi prospettiva di crescita ma anche di mantenimento del settore agricolo sulcitano".
"Ancora oggi – hanno concluso gli ambientalisti – i dettagli progettuali non sono stati pubblicizzati ufficialmente, ma impianti simili devono essere preventivamente assoggettati al procedimento di Valutazione di impatto ambientale (Via). Vi interverremo, per difendere ambiente e salute, fin troppo massacrati nel Sulcis delle disgrazie, in attesa di quelle necessarie bonifiche ambientali che ormai interessano solo le cronache giudiziarie".