Giovani, adulti e donne accampati fuori dal porto, alla ricerca dell'ombra e di una via di fuga verso nord. Sono in 102 nel piazzale antistante la sede dell'Agenzia delle Dogane. Da questa mattina stanno cercando di imbarcarsi per raggiungere Civitavecchia: "Vogliamo andare a Roma. Da lì raggiungere i nostri parenti in altri paesi europei". Questo il messaggio che il gruppo formato anche da una ventina di donne cerca di comunicare in inglese tramite due "portavoce".
Arrivano dall'Africa, sono partiti dalla Libia e arrivati in Sardegna sabato pomeriggio con la fregata tedesca Hessen che li aveva salvati nel Mediterraneo nell'ambito dell'operazione Triton. I 102 arrivano da Somalia, Etiopia, Eritrea, Sudan, Gambia, Egitto, Tunisia, Chad, Ghana, Togo e Nigeria.
"Sabato siamo andati via dal porto alle 3 del mattino, siamo stati ospitati vicino a Nuoro, lontano da tutto. C'erano solo boschi e montagne. Io voglio andare in Germania dai miei familiari – spiega uno dei portavoce -. Sono andato via e ho iniziato a camminare a piedi. Per tre giorni. Ora dormo in piazza Matteotti ma da qui voglio andare via".
Liban è un altro portavoce, ha 25 anni e arriva dalla Somalia. L'unica cosa che è riuscito a salvare dall'acqua del mare è il tesserino della televisione somala per cui lavorava, la Horn Cable Tv. "Facevo video-editing ma la situazione somala è troppo instabile, anche gli Shaabab mi hanno minacciato per due volte. Un giorno hanno ucciso un mio collega, io mi sono salvato. E allora sono scappato in Sudan. Avrei voluto studiare in Sudan ma non avevo soldi nè lavoro, ho attraversato il deserto e sono andato in Libia".
In Libia pensava di poter costruire un futuro lontano dal terrore degli Shabab: "Ho trovato lavoro in una azienda che imbottigliava acque minerali. Qualche soldo lo mandavo a casa. Sono stato derubato e picchiato dai gruppi armati che hanno in pugno il paese. Sono stato rinchiuso per 8 mesi in una prigione e quando sono uscito non ho più trovato lavoro ne ero tranquillo". Così Liban ha preso la via del mare facendosi inviare dei soldi dalla famiglia. Il suo viaggio, costato 800 dollari, inizia su un gommone da Zwara, la città libica da dove partono molti viaggi della speranza e dopo il salvataggio della marina militare tedesca si è interrotto al Porto Canale. "Vorrei andare in un paese scandinavo, lì mi sentirei protetto e potrei ricominciare a vivere", conclude.
Per loro non ci sono vie d'uscita legali. Il regolamento di Dublino li obbliga a dare le impronte digitali nel paese di sbarco che dovrà poi stabilire se i richiedenti asilo possono essere riconosciuti come rifugiati sulla base dei racconti e di eventuali prove. Richiedere asilo altrove è praticamente impossibile. A differenza di altri compagni di sventura sbarcati in altre regioni italiane, dove per andare a nord basta salire su un treno, i 102 non possono salire su un traghetto o su un aereo senza un documento di identità.







