Otto aziende sanitarie locali, una ospedaliera appena ridisegnata con l'accorpamento di tre ospedali – Brotzu, Microcitemico e Oncologico – e due ospedaliero-universitarie: è l'attuale geografia della sanità in Sardegna che "brucia" 3,3 miliardi di euro all'anno, circa la metà del bilancio regionale, anche se dagli ultimi dati sembra ci si attesti poco sopra i 3,1 mld.
Per rendere più efficiente e meno costosa questa macchina, che si completa con la recente istituzione dell'Azienda regionale per l'emergenza-urgenza (Areus), e per semplificare gli undici 'centri di potere' dove si decidono le strategie, gli investimenti e si erogano i servizi secondo i livelli essenziali di assistenza, la Giunta sta pensando da tempo ad una drastica riorganizzazione.
Due le ipotesi in campo: l'Azienda unica regionale e l'accorpamento delle attuali Asl in tre "superaziende" del Nord, del Centro e del Sud Sardegna, anche se si pensa a una via di mezzo con sole due aziende, al Nord e al Sud. Per tutte queste soluzioni il modello di riferimento è quello della Regione Toscana, dove il governatore Pd Enrico Rossi e la sua maggioranza hanno ridotto le Aziende da 16 (12 Asl e 4 Aou) a tre. "Dobbiamo decidere guardando a quel modello – ha detto il governatore Francesco Pigliaru in uno dei passaggi della sua lunga sintesi nel conclave del centrosinistra a Sanluri – Abbiamo il coraggio di metterci mano senza la paura di disturbare il primario o qualsiasi altra persona? Credo sia tempo di farlo perché questo è il tempo del coraggio e delle idee".
L'ipotesi di lavoro, elaborata anche con gli esperti della Bocconi, prevede una sorta di "divisione dei compiti" tra i vari territori con la sede dell'Areus in centro Sardegna. La settimana prossima l'assessore della Sanità, Luigi Arru, porterà in Giunta la proposta di riorganizzazione delle rete ospedaliera, che dovrebbe portare a risparmi, e a breve è previsto un faccia a faccia con l'assessore degli Enti locali, Cristiano Erriu, per far combaciare il più possibile il riordino istituzionale con quello sanitario. Il tempo stringe anche perché il 31 agosto scadono i commissariamenti delle Aziende.
In Italia i "modelli" principali a cui guardare sono quello della Lombardia, dove l'assistenza pubblica si fonde con quella privata con un quasi superamento del modello inglese, dell'Emilia Romagna, che dà centralità alle Asl, e appunto della Toscana, che punta sulla centralità regionale. L'esempio toscano, però, non convince tutti, a partire dagli stessi medici toscani. In più occasioni dagli esperti viene citato un recente documento del King's Fund, la più importante istituzione di ricerca sanitaria britannica: "Dalle fusioni delle organizzazioni sanitarie ci si aspetta che portino vantaggi economici, clinici e politici – si legge nello studio – I vantaggi economici dovrebbero venire dalle economie di scala, in particolare dalla riduzione dei costi del management e dalla capacità di razionalizzare l'offerta. Tuttavia queste fusioni raramente riescono a raggiungere gli obiettivi stabiliti. E' stato osservato che nel periodo 1997-2006 su 112 fusioni di ospedali 102 non mostrarono alcun miglioramento della produttività, e neppure della posizione finanziaria. Le evidenze suggeriscono che quanto più alto è il grado di cambiamento organizzativo che si vuole ottenere, tanto maggiore è il rischio che il beneficio non sia raggiunto".
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