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Ceramiche, anfore etrusche, bamboline di terracotta, gioielli in filo d'oro, specchi e porta unguenti: è una parte del 'tesoro' scoperto nel sito archeologico di San Simplicio, ora restaurato dalla Soprintendenza grazie ad un finanziamento del comune di Olbia e all'impresa che ha eseguito gli scavi, la Ge.di.
Questi e altri reperti verranno esposti in teche all'interno del museo che verrà allestito sotto l'omonima basilica, dove oggi sorge una piazza e un parcheggio sotterraneo e dove sono state dissotterrate oltre 450 tombe e decine di strutture murarie, testimonianza del passaggio delle varie civiltà antiche.
"Il ben di Dio restituito dallo scavo di San Simplicio correderà il sito archeologico che ha una stratificazione di presenze che percorre il periodo che va dal fenicio a quello greco, passando per il periodo punico e romano", ha spiegato il coordinatore della soprintendenza dei beni culturali, Rubens D'Oriano, nel corso di una conferenza stampa in cui sono stati esposti alcuni reperti recuperati e restaurati. All'incontro, svoltosi in sala giunta, hanno partecipato il sindaco Gianni Giovannelli, l'assessore ai lavori pubblici Davide Bacciu e il responsabile dell'Impesa Ge.di, Tommaso Gualtiero. Ancora da fissare la data di apertura del museo. Nel frattempo l'amministrazione comunale sta predisponendo un bando per la gestione dell'intera struttura.
Il sito venne scoperto nel 2003 quando iniziarono i lavori per la realizzazione dell'Urban Center: sotto le ruspe vennero alla luce, a pochi metri dalla basilica di San Simplicio, un 'tesoro' fatto di anfore greche, arredi funerari, una fornace per la calce e ciò che resta del luogo di culto dedicato alla dea Cerere romana. Tra i reperti anche un'anfora etrusca, ricostruita quasi interamente, che "fa parte di un contesto di materiale greco che conferma come Olbia, fra il 630 e il 520 a.c., sia stata l'unica città greca della Sardegna", ha sottolineato d'Oriano.