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Palla ferma e niente cross o tiri all’incrocio dei pali. Da qualche settimana nel “campetto di San Michele” di via Ospedale non si gioca più. E a lamentarsi, con accenti di tre diversi continenti e preghiere a differenti divinità, decine di bambini e ragazzini stampacini e non. Già. Perché “vengono qui a socializzare bimbi originari di Romania, Bangladesh, Senegal, Nigeria, India, Cina, Filippine e Kirghizistan, più i profughi” spiegano i volontari dell’associazione di promozione sociale Città della Gioia che fino a poco fa trasformavano lo spazio sportivo in un vero e proprio laboratorio di integrazione. E anche loro, ora, come i bimbi, costretti ora a fermarsi davanti a un cancello misteriosamente chiuso.

Aperto da padre Chicco Botta nel 2002, l’impianto dei Gesuiti di via Ospedale, un campo da calcetto in erba sintetica che ha sostituito un vecchio campo da basket in disuso, è uno dei rari spazi sportivi a disposizione dei bimbi del centro storico. Un vero e proprio miracolo. Perché nel frattempo l’altro campetto storico di Stampace, quello di via Fara è stato prima occupato selvaggiamente dalle auto e poi chiuso e affidato dalla proprietà ad un’associazione per (rare) manifestazioni. Così da via Fara le partite si sono trasferite in via Ospedale e dai primi anni del nuovo millennio centinaia di bambini del quartiere (sempre più multietnico) hanno iniziato a frequentarlo.

“Dal 2008 raduniamo i ragazzi di Stampace e del centro storico”, spiega Aldo Pintor, animatore storico di Castello e Stampace, uno degli “angeli” di Città della Gioia assieme ad altri membri della Congregazione mariana che gestiscono il campo acneh grazie agli aiuti del Rotaract Club Golfo degli Angeli, “aiutando a socializzare con tornei di calcio e feste bimbi provenienti da 3 continenti diversi e, recentemente, coinvolgendo anche i richiedenti asilo. Abbiamo fatto giocare centinaia di ragazzini, attualmente sono poco meno di una quarantina. Abbiamo accolto tutti allo stesso modo: qui il figlio del mendicante giocava col figlio del primario”.

Poi il 19 febbraio, improvvisa e immotivata, la chiusura del campetto di San Michele. Qualcuno ipotizza le lamentele dalle vicine abitazioni, altri qualche ragazzata. “Noi ringraziamo padre Graziano e padre Enrico Deidda per il sostegno che ci hanno sempre garantito”, aggiunge Pintor, “e non vogliamo entrare in polemica con nessuno. Aspettiamo solo le decisioni dei Gesuiti”.