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Giovanni mi ha detto che al referendum costituzionale voterà No: perché non si risparmia, non si semplifica e in più non potrà nemmeno più scegliere i senatori.

Con una semplicità disarmante le ragioni dell'opposizione a una riforma che dovrebbe portare efficienza, risparmio, modernità ma che – al crocevia fra Italicum, taglio del Senato elettivo e clausola di supremazia – ci regalerà un sistema meno democratico, un procedimento legislativo più contorto, risparmi risibili e un colossale accentramento dei poteri, a scapito della rappresentatività, della partecipazione, delle Autonomie.

Giovanni è disoccupato e questo è il suo primo pensiero: il mutuo da pagare, i figli da mandare a scuola, i conti che non tornano, il futuro che da i brividi alla schiena. Oggi dilaga la precarietà, i giovani fuggono all'estero e il meraviglioso mondo del jobs act distribuisce voucher come fossero caramelle. Questo Paese ha bisogno di cambiare, ma quel cambiamento va prodotto su un terreno decisamente diverso. La Costituzione nacque da un compromesso fra forze popolari, all'uscita dalla tragedia della guerra, guardando alla società che si voleva costruire.

Oggi si è voluto approvare a colpi di maggioranza un testo sgrammaticato e contradditorio, in nome di un efficientismo senza modernità, senza capacità alcuna di confronto parlamentare e ascolto del Paese reale.

Ma in fondo ha solo ragione Giovanni a non fare troppi giri di parole e a pensare che se le cose vanno male la colpa non è certo di Calamandrei.