Più o meno quotidianamente sindaci e società civile sarda manifestano su questioni cruciali come sanità pubblica, trasporti e disponibilità dell’avanzo di amministrazione. Qualcuno sostiene che non c’è nulla di nuovo sul fronte occidentale, ma non è così! Un osservatore attento coglie che buona parte di chi protesta oggi ha portato acqua al mulino del “Cominciamo il domani” di Pigliaru e della sua maggioranza. Ma le cose cambiano e quacuno inizia a presentare il conto.
Lo scorso 9 novembre un migliaio di persone ha risposto alla chiamata della Rete Sarda – Difesa Sanità Pubblica contro il piano di riordino della rete ospedaliera.
Il problema l’ha centrato bene Claudia Zuncheddu (medico indipendentista)dichiarando che in ballo c’è la possibilità che l’aspettativa di vita dei cittadini sardi si abbassi. Infatti, con l’alibi del taglio dei costi, si procede a chiudere importanti presidi ospedalieri.
Qualcosa nella nostra fiducia nel futuro concepito come sinonimo di progresso, (le “magnifiche sorti e progressive” di Leopardi), sta andando in pezzi. Curarsi, poter realizzare opere pubbliche, potersi spostare non sono più un diritto acquisito e ciò fa impressione anche ai più fedeli clientes del sistema politico basato sulla subalternità allo stato centrale italiano.
Si sa, la storia è un circolo a cui spesso è legittimo aggiungere l’aggettivo di “vizioso” e, nel valzer dei corsi e dei ricorsi che la caratterizzano, tornano le parole dell’inno rivoluzionario scritto a fine Settecento da Ignatziu Mannu: «Issos dae custa terra ch'ana ‘ogadu migliones, beniant sentza caltzones, e si nd'andaiant gallonados». Al netto delle dovute differenze, non possiamo ignorare che i settori strategici della vita pubblica della Sardegna siano sempre più eterodiretti da gruppi di potere che non c’entrano con l’interesse dei sardi. E in questo solco si muove la nomina del direttore generale dell’Asl unica Moirano (ligure) il quale a sua volta ha nomimato direttori amministrativi e sanitari non sardi. Anche qui diamo un’occhiata alla storia. La questione della privativa degli impieghi per i sardi era una delle cinque domande rivolte dagli Stamenti al monarca piemontese prima della rivoluzione. Certo, non è detto che un manager sardo sia migliore di uno italiano, ma la tendenza a porre sotto controllo esterno tutti i settori strategici della vita pubblica (sanità, scuola, grandi appalti) la dice lunga sul processo di alienazione della sovranità e di spoliazione che vive la nostra terra.Se poi aggiungiamo che il Governo Pigliaru, tra accompagnamento all’investimento e accredimento annuale, metterà sul banco oltre seicento milioni su base decennale per l’operazione privata del Mater Olbia, abbiamo forse più chiari gli effetti tutt'altro che sostenibili dell'affaire Qatar per la sanità sarda.Pigliaru e soci (sedicenti indipendentisti e sinistri compresi) svolgono la funzione di liquidatori di tutto ciò che in Sardegna ha ancora un valore, esattamente come i “perfidi feudatari” sardi con i piemontesi di cui parla Mannu nel suo inno. Dobbiamo solo prenderne atto e smettere di andare a chiedere udienza. In sardo si dice “a pregare in Crèsia”. E l’ora delle preghiere è probabilmente finita da tempo.
Cristiano Sabino







