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Prove di intesa tra la Silicon Valley e Donald Trump dopo le tensioni della campagna elettorale. Alla Trump Tower si sono presentati quasi tutti i leader dell'hi-tech made in Usa: non solo Cook e Bezos, ma anche Sheryl Sandberg di Facebook (al posto di Zuckerberg), Larry Page di Google, Satya Nadella di Microsoft, Ginni Rometty di Ibm, oltre ai massimi vertici di Intel, Cisco, Oracle, Tesla e Uber.
   
Assente invece il numero uno di Twitter Jack Dorsey. Un vero e proprio giallo, visto che Dorsey non sarebbe stato inserito nella lista degli invitati del tycoon, che per il suo uso sfrenato del social media è stato ribattezzato 'Tweeter in Chief'. E' Politico a svelare che probabilmente si è trattato di una vendetta di Trump, che in campagna elettorale non avrebbe gradito il rifiuto di Twitter di permettere l'uso di un emoji ad hoc per l'hashtag #Crooked Hillary.
 
"Sono qui per aiutarvi", ha cercato di rassicurare Trump. Ma è chiaro che i presidente eletto viene visto come una minaccia, un freno a questa corsa sfrenata degli ultimi otto anni. Una corsa favorita da regole e leggi federali (vedi la neutralità di internet) e da un antitrust che ha avuto un atteggiamento più che benevolo verso i giganti hi-tech e le tante start up fiorite ovunque sulla West Coast. Per non parlare della propensione al libero commercio, quel libero scambio messo adesso in forte discussione da Trump. E poi c'è il nodo dell'immigrazione, linfa vitale per lo sviluppo della Silicon Valley e nemico numero uno – almeno a parole – della nuova amministrazione. Ma tra le fila di quest'ultima potrebbe esserci un forte alleato dei big dell'hi-tech: quel Peter Thiel – cofondatore di PayPal e uno dei primi investitori che ha creduto in Facebook – appoggiando Trump fin dal primo minuto, distinguendosi dalla maggior parte dei suoi 'colleghi'. Sarà probabilmente lui – entrato nello staff del presidente eletto e non a caso seduto al suo fianco – il grande mediatore.