e-se-iniziassimo-a-parlare-dei-nostri-diritti
Il prossimo 11 febbraio si terrà a Sassari un importante giornata di studio e dibattito sui “diritti dei sardi nell’ XXI secolo” e avrò il piacere e l’onore di essere uno dei relatori.
 
I diritti senza una carta che li garantisce non valgono nulla e qui abbiamo un problema, anzi, ne abbiamo due: 1) quelli che sono presenti nello Statuto non vengono rispettati; 2) molti diritti e competenze fondamentali che tanti altri popoli hanno noi ce li sogniamo. 
Qualcuno obietterà che parlare di Statuto è secondario, che abbiamo ben altri problemi, che con lo Statuto non ci mangiamo, ecc..
 
Se la Sardegna fosse stata governata da forze politiche non subalterne alle centrali romane e se si fossero applicati alcuni importanti punti dello Statuto, oggi probabilmente non avremmo subito la colonizzazione industriale desertificante prima e la deindustrializzazione spoliante poi. Sicuramente non saremmo ostaggio dei monopoli energetici e dei trasporti. Sicuramente non saremmo invasi da super e mega mercati e dalle “casette della fortuna” dove le macchinette mangiasoldi ci divorano 500mila euro al giorno (si avete capito bene, non si tratta di un refuso). Sicuramente avremmo una scuola che non fa il lavaggio del cervello ai nostri ragazzi insegnandogli che siamo tutti “figli della Lupa” e che il nostro destino si chiama “Italia”.
 
Fare valere tutto questo avrebbe significato avere accesso al credito, avere una politica di sovranità alimentare, avere una politica di sostegno all’artigianato, avere una politica di sviluppo economico e di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale e avere una politica fiscale per cui non dovremmo elemosinare dallo stato centrale le nostre risorse fiscali. In una parola significherebbe vivere meglio, meglio alimentati, più ricchi, meno intossicati, bilingue e consci del nostro immenso patrimonio culturale. E soprattutto significherebbe fare il secondo passo che molti popoli in Europa stanno maturando: quello di esercitare il diritto democratico all’autodeterminazione e all’autogoverno conquistando quei fondamentali diritti che nello Statuto non ci sono. 
 
Invece no. Siamo governati da forze politiche che si dichiarano “autonomiste” ma che non solo non reclamano maggiori diritti e competenze, ma non applicano neanche quel poco che è a loro disposizione, se non quando devono elargire 240mila euro a manager continentali per tagliare il diritto alla salute dei sardi. Allora sì che si ricordano delle «prerogative statutarie» e della «specialità»!
 
Più di una decina di anni fa il Consiglio regionale della Sardegna aveva approvato un ordine del giorno sull’avvio delle Riforme istituzionali che avrebbe dovuto avviare un processo di profonda innovazione dell’autonomia speciale della Sardegna. Ci si proponeva di riscrivere lo Statuto conquistando meravigliose sorti e progressive e qualcuno evocava con gli occhi al cielo perfino gli “Stati Generali del Popolo Sardo”.  Che cosa è rimasto di questa grande volontà riformatrice? Nulla, carta straccia, parole parole parole. 
 
Ben venga la giornata di studio e dibattito sui diritti dei sardi e sullo Statuto, ma ad un patto: che non rimangano solo buoni propositi ma che si tramuti in un grande movimento per l’autogoverno del popolo sardo.