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Specialisti da tutta Italia riuniti per due giorni – ieri e oggi – a Cagliari, con l'obiettivo di esaminare le nuove strategie nella gestione della tossicità del ferro, a danno di cuore, fegato e sistema endocrino, nell'ambito delle cure della talassemia e delle malattie onco-ematologiche.
"Hanno partecipato i maggiori esperti italiani di talassemia", ha sottolineato il professor Paolo Moi, direttore della II Clinica pediatrica dell'Università di Cagliari, uno dei due presidenti del convegno medico, sostenuto da Novartis Oncology, "Deferasirox: camminando insieme alla ferro chelazione".
La Sardegna è una delle regioni italiane che presenta la maggiore incidenza di talassemici con quasi mille pazienti, mentre il 13% della popolazione dell'Isola è rappresentato da portatori sani, ma la malattia non fa più paura. "Un tempo il paziente viveva in una condizione di quasi invalidità, aveva tempi medi di vita molto brevi e moriva prima che potessero manifestarsi altre complicanze – ha spiegato Moi -. Negli ultimi decenni, i miglioramenti terapeutici sono stati tali da far sperare una prognosi di vita aperta per i pazienti, con una qualità di vita pressoché normale. Oggi, i talassemici possono lavorare, avere dei figli ed essere ben inseriti nel contesto sociale. Perciò, è diventato necessario il costante confronto con altri specialisti, soprattutto per le implicazioni cliniche procurate dal sovraccarico di ferro trasfusionale, che può trasformarsi in un micidiale veleno. L'approccio multidisciplinare, coordinato dalla figura principale del medico talassemologo, ha portato ad un miglioramento della speranza e della qualità della vita dei pazienti".
Il professor Emanuele Angelucci, direttore di Ematologia e del Centro Trapianti dell'Ospedale Oncologico ha presentato il risultato raggiunto dal Businco di Cagliari che, proprio ieri, ha effettuato il millesimo trapianto: "Un risultato che mi dà tanta soddisfazione, un traguardo importante per la Sardegna intera. Dal 1992 ad oggi, mille trapianti, grazie ad un'attività regolare che rappresenta il segno dell'autorevolezza e della consapevolezza acquisita. E sopratutto testimonia la possibilità di poter dare una terapia moderna ed adeguata ai pazienti. Nel campo dei trapianti, in questi anni, c'è stata una rivoluzione ed ho avuto il privilegio di vivere questo periodo".