Tapparelle chiuse. E silenzio intorno al civico 12 di via Carbonia, stradina del quartiere di Liori a Capoterra. Nel pomeriggio piove anche. E quelle che scendono dal cielo sembrano lacrime di dolore: Fausto Piano, supervisor della Bonatti, è uno dei quattro italiani rapiti in Libia ieri sera. E da quando, nella palazzina a due piani del centro alle porte di Cagliari e a pochi chilometri dalle spiagge di Nora, Pula, Santa Margherita e Chia, è arrivata la brutta notizia le ore sembrano non passare mai. Perché sono ore di angoscia.
Lo spiega uno dei tre figli di Spano, Giovanni, quando, di mattina, scende le scale per parlare con i carabinieri davanti all'ingresso. I familiari non parlano con la stampa: suggerimenti della Farnesina, dicono. "Non abbiamo nuove informazioni – dice al telefono un parente che è andato a trovare la famiglia Piano – sono tutti in ansia, non hanno voglia di parlare con nessuno". Ma il tono e le parole sono molto chiare: quelli che sta vivendo la famiglia, si intuisce dalla breve chiacchierata con il militare, sono momenti terribili. Il quartiere lo conosce bene: Fausto è originario del paese, non è uno di fuori. Lontano dalla sua Capoterra è andato per lavorare. Così da quattordici anni. Ma senza staccarsi mai dalla sua isola: era in Sardegna anche la settimana scorsa.
"L'ho visto due settimane fa – racconta Gerolamo Pinna, un vicino di casa che alle elementari è stato anche compagno di scuola di Fausto – speriamo che tutto si risolva in fretta. Lui e la sua famiglia non meritano questa sofferenza". Tanti ricordi di Fausto. "E' sempre stato una gran brava persona – dice Pinna – e la sua famiglia è come lui. Un grande lavoratore, molto attaccato alle sue origini e ai suoi cari. Speriamo bene, con tutto il cuore".
Di mattina un via vai di carabinieri e stampa. Nel primo pomeriggio pochi movimenti davanti all'abitazione. Un tremendo pomeriggio di attesa. Un parente ritorna a casa, suona il citofono e entra velocemente. Un altro si affaccia al balcone per prendere un po’ di aria. Tutti chiusi dentro per aspettare un segnale, una telefonata. Con la speranza che sia quella della fine dell'incubo.
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Rapito in Libia, Capoterra in apprensione: “Fausto deve tornare”







