Al crollo dell'Urss lo scenario sarebbe potuto essere un altro, non necessariamente la penetrazione dei vincitori nel campo dei vinti. Un'Europa nuova, ricostruita sull'abbraccio fra occidente e oriente divisi per decenni dalla cortina di ferro. Un'Europa persino economicamente più forte, un bel problema per la strategia statunitense di egemonia unilaterale sul pianeta. Così non è stato.
Rivoluzioni arancioni, balcanizzazione e cooptazione, propaganda e cooperazione militare, i missili a lunga gittata in Polonia, il rancore antirusso delle repubbliche ex sovietiche, il cosiddetto occidente è da tempo arrivato alle porte di Mosca. Braccio armato, ça va sans dire, la Nato.
Non si tratta di simpatizzare per Putin. Si tratta invece di comprendere le ragioni di una possente avanzata nazionalista nella Russia decaduta e umiliata degli anni '90, di ricordarci dei grotteschi ed alcolizzati presidenti fantoccio, dei nuovi oligarchi che si spartivano i tesori dell'impero crollato, affamando milioni di persone, mentre da noi si celebrava la ritrovata democrazia nella Russia post bolscevica.
Oggi due pesi e due misure: se Putin invade la Crimea ecco le sanzioni. Se Bush e Blair devastano l'Irak (sulla base di una montagna di balle) nulla quaestio, è democrazia. Non c'è da stupirsi per la Nato (e 140 alpini) schierata in Lituania. C'è da mobilitarsi per la pace semmai. Ché la chiamano guerra fredda, ma è l'era glaciale delle intelligenze.







