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Comunque vada a finire il 5 dicembre, i partiti in Sardegna dovranno tirare le somme sul dopo referendum. Circa un milione e quattrocentomila sardi, suddivisi in poco più di 1.830 sezioni elettorali presenti nei 377 Comuni isolani, si dovranno esprimere domenica 4 dicembre (dalle 7 alle 23) nel merito della riforma della Costituzione, ma che di fatto sul piatto ci sono i rapporti di forza all'interno della maggioranza di centrosinistra che governa la Regione, alle prese con una verifica ancora aperta. Allo stesso tempo, l'esito della consultazione servirà al centrodestra per capire gli 'umori' dei sardi a quasi tre anni dalla sconfitta alle Regionali.

Il centrodestra con Fi, Fdi, Udc, Uds e Psd'Az, è schierato per il No, mentre i Riformatori, "da referendari della prima ora", lasciano libertà di voto e non si esprimono sul quesito. Nella maggioranza il fronte è più variegato e lo scenario si riflette sulla Giunta regionale dove siedono esponenti che sono espressione dei diversi partiti. Il presidente Francesco Pigliaru, dopo un'iniziale riservatezza, si è espresso apertamente per il Sì, partecipando in prima persona alle iniziative del comitato Basta un Sì, a partire da quella con il premier Matteo Renzi e i diversi ministri arrivati in questi giorni nell'Isola.

Una presa di posizione che non è piaciuta agli alleati, a partire dai Rossomori, che già da ottobre – quando hanno presentato il Comitato per il No insieme a Upc, Sel, Psd'Az, Possibile (Civatiani), Irs, Sardegna sostenibile e sovrana e Cagliari Capitale – avevano posto l'aut aut: "se il giorno dopo il voto il presidente della Regione non è in sintonia con il popolo sardo dovrà prenderne atto e andare via". Dopo questa prima scossa, il Prc, schierato per il No, ha addirittura lasciato la maggioranza sbattendo la porta in faccia al Sì di Pigliaru. In casa Pd si lavora per far passare la riforma dopo il monito del Garante inviato da Roma per dirimere le fratture interne al partito isolano: prima "lealtà ed impegno" per la sfida referendaria e solo dopo si penserà al 'direttorio' in vista del congresso.

Tra i sostenitori dem del Sì anche il presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau. Voce fuori dal coro, esponente della ex minoranza congressuale, l'assessore del Comune di Cagliari, Yuri Marcialis, schierato per No come i Civatiani. Contro la riforma, nello scacchiere della maggioranza, anche il Partito dei Sardi. La Base, invece, lascia libertà di voto, mentre il Pdci è per il No. Il Movimento 5 stelle ribadisce il suo "No convinto" e sempre per il No sono il deputato di Unidos, Mauro Pili, Sardegna Zona Franca e gli indipendentisti riuniti in un nuovo soggetto unitario, a cui si aggiunge Doddore Meloni.

Tra i sindaci delle quattro città capoluogo di provincia, il primo cittadino della città metropolitana di Cagliari, Massimo Zedda (Sel), non si è mai apertamente schierato con il Sì, ma ha partecipato a diversi incontri del Comitato a favore della riforma, non ultimo quello con la ministra Maria Elena Boschi. Per il Sì anche i due sindaci del Pd di Oristano e Sassari, Guido Tendas e Nicola Sanna, mentre il sindaco di Nuoro Andrea Soddu (La Base) ha deciso di non esprimersi seguendo la linea del suo partito. Il quesito referendario ha diviso anche la società civile e i costituzionalisti. Se da una parte l'assessore delle Riforme Gianmario Demuro, noto costituzionalista, è stato il primo dell'Esecutivo regionale a sostenere la riforma, subito appoggiato da Pietro Ciarlo e dal comitato Sì per il Sud, dall'altra parte si è costituito il comitato sardo per il No con Andrea Pubusa.