L'abbandono del partito autonomista dei Rossomori da Giunta e centrosinistra, nel Consiglio regionale sardo, è "definitivo e irrevocabile". E' il secondo addio dopo la fuoriuscita di Prc che aveva criticato duramente la presa di posizione del presidente della Regione, Francesco Pigliaru, schierato a favore del Sì al referendum per la riforma costituzionale.
A spiegare in una conferenza stampa le ragioni dei Rossomori il presidente Gesuino Muledda, il segretario Marco Pau e il consigliere Emilio Usula. "E' stata sbagliata la sintesi e siamo davanti a un corto circuito complessivo e – osserva Muledda – a una cultura neoliberista e centralista, sublimata nel referendum. Il presidente forse crede di essere investito della capacità di decisione sovrana e quindi di non sbagliare e dice che la politica è sporca e quindi che il Consiglio è sporco e anche i partiti, coltivando populismi a basso costo". Inoltre, secondo Muledda, ci sono "assessori che dividono, come Paci e Maninchedda" e "non si possono permettere incursioni tra partiti alleati, come se fosse una campagna acquisti".
Pau ha sottolineato che i Rossomori hanno "preso coscienza di quanto sia drammatica la situazione della Sardegna, quando stavamo facendo campagna referendaria per il No. Ci sono temi che non sono affrontati dal governo regionale e con il voto non solo è stato respinto l'attacco all'autonomia ma vi è anche un giudizio sull'azione della Giunta regionale". "Siamo stati leali sino a ieri e non abbiamo mai chiesto pezzi di potere, ma è stato disatteso tutto – osserva Usula – dalla riforma sanitaria, al riordino della rete ospedaliera".







