Una nostra lettrice ci ha inviato una lettera indirizzata ai turisti che negli ultimi giorni si sono riversati in Sardegna per fuggire dalle zone del Nord Italia più colpite dal coronavirus. La pubblichiamo perchè riteniamo che esprima meglio di qualsiasi altra cosa lo stato d’animo di tutti i sardi in questo momento.

La lettera ai turisti in Sardegna

Potrei dire una marea di cose riguardo le mie sensazioni, perché sono tantissime quelle che ho appese sulla pancia, soprattutto prima di contare fino a dieci. Ma cercherò di limitarmi a una semplice analisi dei fatti, lunga ma obiettiva.

Ho quasi 42 anni, vivo in un residence sul litorale di Quartu Sant’Elena con mio marito e il nostro cane. Stiamo bene, siamo in salute, si spera, e da più di una settimana non usciamo di casa se non per le vere emergenze (cibo e assistenza ai genitori). Tre volte al giorno portiamo il cane a fare i bisogni e a sgranchirsi le zampe, non lo facciamo mai in coppia però: va l’uno o va l’altra. E per correttezza, se incrociamo qualcuno, salutiamo da lontano ed evitiamo la vicinanza.

Mia madre compirà quest’anno 74 anni, soffre di artrite e acciacchi vari. Mio padre ne ha 73 e prende medicinali come se non ci fosse domani perché soffre di una demenza vascolare precoce, di prostatite, è iperteso e un anno fa ha subito un intervento a cuore aperto. Loro abitano a 3 minuti di auto da casa mia e vado a trovarli quasi tutti i giorni ma, ora, lo faccio col contagocce perché ho paura della loro fragilità e voglio tutelarli. L’assistente di mio padre, di sua iniziativa, evita in tutti i modi di frequentare altri posti se non casa sua (ovviamente) e casa dei miei genitori (ovviamente) perché sente tutta la responsabilità del suo compito.

Mio fratello, insieme al resto della sua famiglia (mia cognata e le mie due splendide nipotine di 7 e 12 anni) si è ritirato in casa a circa 80 km da qui, rispettando le regole, come tutti noi.

Mia suocera ha subito proprio oggi un intervento per un melanoma, e non siamo potuti andare nemmeno a trovarla, giustamente, ma con tanto sacrificio. E’ anche in dialisi, è cardiopatica, e ha vinto più di una lotta contro bruttissimi mali nella sua vita.

Potete capire che, se dico che questa lontananza è un sacrificio vero, non lo faccio a cuor leggero. Ma ora più che mai, questo distacco, è NECESSARIO e DOVEROSO.

La mia principale preoccupazione in questo momento è proteggere i miei familiari. Di ammalarmi ho paura, ma ho molta più paura di diventare un mezzo, una traghettatrice, un veicolo di contagio per gli altri, per la mia famiglia prima di tutto, ma anche per tutte le altre persone fragili, anche per quelle che non conosco.

In generale sto attenta, sono rispettosa, ho pianto alla mia prima spesa al supermercato, tra le persone con guanti e mascherine, con i carrelli a distanza di sicurezza gli uni dagli altri. Ho pianto perché c’era un tale silenzio, quel silenzio che non è assenza di rumore, ma sofferenza nei cuori. Ho pianto perché le persone erano spaesate, spaventate, qualcuno più insofferente del solito. Ho assistito ad alcuni litigi tra persone che non stanno reggendo il carico emotivo. Litigi per l’ARIA. L’aria è vitale per tutti, signori. E ce n’è sempre stata tanta e abbastanza. Ma, ora, tutti pretendiamo il nostro metro quadro d’aria libero. E se qualcuno si avvicina troppo sono cazzi amari. Ho capito cosa significhi entrare in modalità sopravvivenza. Quell’istinto primordiale di conservazione che tira fuori la bestia feroce che è in noi, quella che reagisce alla fame col sangue.

Ma il punto è proprio questo: siamo bestie feroci? Lo chiedo perché ho tanta difficoltà a stabilire un limite. Perché assisto e assorbo messaggi contrastanti.

Non lo chiedo a chiunque, lo chiedo a qualcuno di preciso.

Lo chiedo a quelle persone che sto vedendo sulla spiaggia di fronte a casa mia, nel mio quartiere. Quelle persone che da un giorno all’altro sono arrivate dal Nord Italia ripopolando la zona come fosse giugno. Lo chiedo a quelle persone che ho incontrato al supermercato e che ho sentito lamentarsi perché se mettono il naso fuori da casa tutti le guardano storto per via del loro accento.

Ma sarà mica che il naso fuori di casa non si può mettere, signori, se non per serie motivazioni? Sarà mica che mentre noi tutti cronometriamo il tempo per portare a pisciare il cane anche se abitiamo di fronte alla spiaggia voi vi state riversando in spiaggia perché lì, tanto, è pieno di spazio e al virus non piace l’acqua?

Chiedo, perché mentre penso a proteggere quella piccola fetta di vita serena che è rimasta a mio padre, e mi batto perché le mie nipoti possano imparare anche da me la coerenza e il rispetto di regole e vita comune, vedo un sacco di persone che, messo in salvo il loro culo, se ne fregano delle regole e della gente.

Chiedo, perché mentre tra vicini ci si urla dai cancelli e dai balconi per comunicare, ci sfilano davanti contesse miseria in bikini che ritengono di essere vittime del nostro razzismo e della nostra esagerazione.

NON E’ IL VOSTRO ACCENTO, SIGNORI. E’ LA VOSTRA IGNORANZA.