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Il vertice di Marrakech ha l’obiettivo di precisare le condizioni d’applicazione dell’accordo di Parigi dello scorso anno.
 
Accordo definito “storico” per la partecipazione di 195 Paesi, compresi i massimi inquinatori, Stati Uniti, Europa, Cina, India, per aver fissato un tetto massimo (al di sotto dei due gradi centigradi), per aver finalmente indicato una data d’inizio (2018) per il taglio delle emissioni, per aver imposto controlli quinquennali ed un’erogazione di cento miliardi di dollari per l’energia alternativa da parte dei Paesi più industrializzati.
 
Ad esaminare l’accordo c’è tuttavia ben poco da esaltarsi.
Non viene indicata una prima data entro la quale una percentuale importante di emissioni sarà eliminata ed una seconda entro la quale le emissioni saranno azzerate. Le date prefissate da una nutrita schiera di scienziati ed esperti erano il 2050 per la prima e il 2060 per la seconda. E non si può dire che una tale mancanza sia dovuta a negligenza. Senza la proposizione di un calendario e di tappe precise da rispettare, il progetto sarà affidato alle raccomandazioni e alla buona volontà delle parti, cosa ben poco seria. I controlli invece di essere affidati ad organizzazioni internazionali di esperti saranno effettuati dagli stessi Stati con autocertificazioni. E di possibili sanzioni non vi è nessun cenno per cui ognuno potrà disimpegnarsi parzialmente o del tutto. Ci si è “dimenticati” del gas di scarico di aerei e navi che non verrà monitorato e conteggiato, nonostante l’alto livello di inquinamento delle emissioni.
 
Ricordo tra l’altro che a Parigi non sono state messe in discussione le norme sul “commercio internazionale delle emissioni”1) e sul “meccanismo per un’energia pulita” 2) due norme che svuotano del tutto qualsiasi progetto per una seria lotta contro l’inquinamento e il riscaldamento globale.
 
Ma vi è una chicca nell’accordo “storico” di cui ora a Marrakech si parla con tanta ansia. La volontarietà. Non è prevista alcuna obbligatorietà al rispetto dell’accordo. Non è prevista alcuna sanzione. Così Trump che ritiene il riscaldamento globale una favola inventata dai cinesi per abbattere l’industria occidentale e particolarmente quella statunitense può, se vuole, far uscire gli States dall’accordo di Parigi e dargli la botta definitiva. Perché è ovvio che se gli USA se la squagliano ci sarebbe una reazione a catena, con la Cina a scappare per prima.
 
In campagna elettorale Trump aveva promesso, per favorire l’occupazione e un immediato rilancio dela produzione industriale, non solo la rilocalizzazione delle imprese ma anche la riapertura delle miniere e un nuovo slancio allo shale gas.
 
Se è vero che a Donald Trump, come tutti i grandi ricconi, dell’ambiente non gliene importa un bel niente, è anche vero che l’interesse di tanti statisti è solo di facciata o nel migliore dei casi di “riduzione del danno”. Del resto, il capitalismo neoliberista ha come interesse primario il profitto che per realizzarsi ha bisogno non solo dello sfruttamento di chi lavora ma anche della guerra e della distruzione dell’ambiente. Misure realmente “ambientaliste” come anche misure “realmente pacifiste” non sono possibili con l’attuale modello di sviluppo. Lo sdegno nei confronti di Trump per le sue posizioni sull’ambiente da parte di tanti bellicisti “ambientalisti” è pura ipocrisia.
 
Ritornerò sul vertice di Marrakech dopo la sua chiusura il 18 novembre, quando sarà reso pubblico il documento finale